Wearable device, la startup Lapsy è in prima linea in un settore in crescita

Che quello dei wearable device sia un trend è una realtà. E Lapsy, la startup fondata da Marco Malaguti, non se lo fa certo scappare. Marco in realtà ha una ditta di software che opera in molti settori. Proprio per questo ha avuto la possibilità di tenere sott’occhio il mercato. E di capire che il trend dei wereable device è in via di sviluppo, soprattutto negli Stati Uniti.

Ma cos’è esattamente Lapsy?

Un braccialetto: la mia ditta sviluppa app per la domotica e anche per questo abbiamo deciso di creare un oggetto che interagisse non solo tramite un’app, ma tramite il corpo umano.  Lapsy lavora tramite bluetooth, e ha un display a led attraverso cui comunica con l’utente: una volta messo fornisce informazioni  sia grazie alla sincronizzazione con altri device dell’utente, sia grazie al fatto che “vede” ciò che lo circonda.

Voi però non avete in mente di rivolgervi direttamente all’utente finale…

Abbiamo due possibili sviluppi di business: il primo è creare API per programmatori terzi. In questo caso il bracciale diventa utilizzabile da innumerevoli applicazioni in diversi settori, lo venderemmo quindi vendere a chi usa altri software. Il secondo è fornire Lapsy a grandi brand con funzionalità e design personalizzabili e lasciare che venga usato anche per il proximity marketing.

In questo, però, avete non pochi competitor…

Certo, in qualche modo cerchiamo di differenziarci, perché il nostro obiettivo è dare un gadget riutilizzabile, avendo la possibilità di veicolare informazioni in un momenti diversi a seconda del luogo dove ci si trova, in più con il bracciale interagiamo anche con l’impiantistica di casa o dei negozi creando un esperienza utente molto coinvolgente.

E per la privacy?

Non abbiamo problemi più grossi di quelli che potrebbero avere Facebook o Google. Ci tengo a precisare che noi ovviamente sviluppiamo il marketing, ma siamo partiti dall’idea di creare qualcosa che davvero rendesse la vita migliore e più semplice.

Quali sono state le vostre difficoltà “imprenditoriali”?

Per me che ero già imprenditore, iniziare a lavorare come startup ha portato principalmente vantaggi. Il modo di lavorare è diverso – banalmente siamo in un incubatore, a Modena – e lo viviamo come una risorsa. Prima sviluppavi un prodotto e lo tenevi nascosto finché non era finito: oggi invece siamo più “aperti” e tutti ci danno una mano da quando condividiamo il progetto. Rimane il fatto del tempo – che non è mai abbastanza – e degli investimenti da trovare. Ma per un vero imprenditore sono problemi “da tutti i giorni”.

 

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