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Non solo Sharing Economy, ma anche Forex, trading, aumento di capitali: una startup sulla strada di Bloomberg Pro

Ultimamente i settori più menzionati nel mondo delle startup sono: sharing economy, settore food, made in Italy. E il trading? Il forex? Insomma, c’è chi opera in un settore meno affascinante a livello mediatico ma molto considerato dal punto di vista finanziario, come Finware. E la storia è ancora più appassionante se la biografia dei founder non è così lineare…Daniele Repossi, per esempio, è del 1986, ma esordisce affermando di essere nato “a vent’anni”.

Chi eri nel 2006, Daniele?

Un ragazzo con un diploma da perito elettronico e delle telecomunicazioni… che non aveva proprio la stoffa del dipendente! È una cosa abbastanza comune in famiglia, la mentalità imprenditoriale: e per me non vuol dire solo non “riuscire” a essere un dipendente. Significa avere sempre bisogno di creare e migliorare, senza aver paura di mettere in discussione qualcosa che c’è già… e questo non è sempre ben visto in un lavoratore dipendente.

Cos’hai fatto quando hai capito di essere nella posizione “sbagliata”?

Ho iniziato a partecipare a corsi di formazione legati al business, ma costavano molto: per questo ho iniziato a lavorare proprio con la persona che li teneva, facendo il procacciatore d’affari. Dopo qualche tempo sono passato alla concorrenza, specializzata nel trading, dove ho trovato tecniche interessanti . Quando ho smesso di lavorare per loro, ho aperto quel che sarebbe poi diventato Finware, la società del mio indicatore OrangeIndicator.

Come funziona OrangeIndicator?                                                                  

È un aggregatore di indicatori che fa uso di dati economici pubblicati ogni settimana dalle Banche, dati che  vengono consegnati alla Sec (la Consob americana) proprio dalle Banche, o comunque da grossi istituti finanziari, che indicano su cosa e in che direzione hanno investito. L’algoritmo di OrangeIndicator permette di leggere con maggior semplicità  trend futuri su base di spostamenti di capitali.

Avete dei competitor?

In Italia questi dati vengono utilizzati da timingcharts.com e qualche broker, come su Dukascopy. Noi però non prendiamo solo i dati, ma abbiamo un vero e proprio algoritmo, che dà indicazioni. Il nostro core business, però, è differente da chiunque raccolga questi dati in Italia: noi ci rivolgiamo ai trader, e Bloomberg – la piattaforma su cui ci inseriremo – ha il 33% dell’intero settore finanziario, e ha creato una piattaforma che costa, in abbonamento, circa 2000 dollari al mese (per cui è accessibile solo a operatori dell’alta finanza e top traders). Proprio su Bloomberg nel 2012 ha preso forma un app portal, un po’come Google Play Store, creato nel 2012. Al momento sul portale sono presenti 45 applicazioni e la nostra idea è diventare la numero 46, dato che Bloomberg è molto interessata alla nostra app.

Cosa dobbiamo aspettarci da Finware?

Sicuramente un trasferimento, anche fisico, a Londra. Legalmente siamo già lì, perché in Italia gli indicatori non sempre hanno possibilità di operare liberamente: c’è molta burocrazia a frenarci. E visto che il nostro primo obiettivo è proprio la sede londinese di Bloomberg, vorrei snellire il dialogo tra loro e la mia società. E poi l’arrivo di nuovi sviluppatori nel team per mettere a punto la app da proporre a Bloomberg.

 Per saperne di più su Finware, clicca qui.

Bringme, il carpooling che si evolve

L’impresa nel Dna e la voglia di rimettersi in gioco:  la più grande community italiana dedicata al Carpooling è in continua trasformazione

Gerard, come fa a prendere forma una startup legata alla sharing economy, in questo caso Bringme?

Per quanto mi riguarda, anzitutto dalla voglia di fare impresa: io lo facevo già in modo tradizionale, mi occupavo di compravendita immobiliare. Bringme è nata anche un po’per caso: un giorno sono dovuto andare a prendere in aeroporto mio suocero, pendolare che lavorava per la filiera Fiat, a causa dello sciopero dei treni.  Coi miei fratelli ho iniziato a pensare che, se c’era un bisogno condiviso, potevamo ipotizzare una piattaforma web sui cui raccogliere i dati di chi avesse bisogno di condividere l’automobile.   In quel momento, a fine 2010, io non sapevo nulla di carpooling: però in Italia c’era già Roadsharing e stava nascendo quello che oggi è Bla Bla car.

Come avete fatto a partire?

Dopo vari brainstorming e il reperimento di una webagency abbiamo capito che per iniziare dovevamo legare il carpooling a un incentivo, come andare insieme a un concerto a una partita di serie A, considerato anche quanto gli italiani fossero restii alla condivisione dell’automobile. La nostra idea, inizialmente, era guadagnare attraverso la pubblicità sul portale. Ma poi abbiamo “cambiato idea” più volte…

Cosa vuol dire in questo campo “cambiare idea?”

Significa stare sempre attenti a quel che vorrebbe il mercato, ascoltare gli spunti e non essere rigidi rispetto alla scelta iniziale: l’idea ha bisogno di trasformarsi per essere vincente. Ad esempio, abbiamo sviluppato l’app di Bringme (ancora oggi l’unica al mondo che certifica il carpooling) e ci siamo messi in contatto con le stazioni sciistiche e gli outlet McArthurGlenn per seguire una politica di sconti come “premio” per chi usava il carpooling.

Ci sono stati altri “cambiamenti” in Bringme dalla sua nascita?

Sì, ci siamo accorti che, offrendo alle aziende dei dati aggregati sugli utenti, avremmo offerto alle aziende la possibilità di utilizzarli per diversi motivi, dal bilancio sociale al business. Siamo così entrati nell’ottica di “vendere” Bringme come servizio.

Quali sono state le vostre difficoltà in quanto imprenditori?

Sicuramente la flessibilità mentale, chi fonda una start up sposa la sua idea ed è molto restio ad abbandonarla ed è restio a dire: “Ho sbagliato, proviamo qualcosa di nuovo”.  E bisogna sempre comprendere dove posizionarsi sul mercato: per noi sarebbe inutile metterci a fare la guerra a BlaBlaCar sul Google Advertising, ha molto più senso concentrarci su target più specifici, come gli studenti, a cui offrire i nostri servizi.

Qual è il futuro di Bringme?

Stiamo ipotizzando delle soluzioni da offrire alle aziende, attraverso un accordo con Euromobility, la federazione dei Mobility Manager. Nell’immediato futuro vediamo un prodotto aziendale, anche solo per iniziare a capire come i dipendenti delle aziende si recano al lavoro. Ma stiamo comunque pensando anche a un prodotto completamente innovativo, che in Italia ed in Europa non esiste.

Per saperne di più su Bringme, visita il suo profilo su SiamoSoci.

Startup: 10 giorni in questo mondo

Una vecchia questione ministeriale irrisolta, eventi per creare app in ambito energetico-ambientale, un modo per passare dall’idea all’impresa in 54 ore, e poi uno sguardo a Europa&Usa. Dieci giorni nel futuro in sei notizie.

Miur e Startup: la storia infinita.

All’incirca dieci mesi fa, (13 Marzo 2013) era uscito bando Miur per Startup. 30 milioni di euro destinati a micro, piccole e medie imprese delle Regioni Convergenza (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) attive da meno di sei anni che presentassero progetti per individuare soluzioni innovative in campi di particolare rilievo e attualità per lo sviluppo sociale ed economico dei territori.Qualcosa si è mosso, ma non in positivo: a luglio i progetti che avevano vinto il bando hanno dovuto presentare documenti per valutare la loro capacità finanziaria, ma a inizio gennaio è stato chiesto ai vincitori di ricapitalizzare, e gli importi in alcuni casi arrivano a corrispondere anche a più di 50 mila euro. Chi fa informazione e si occupa di start up si è scatenato, il Ministero si è difeso sostenendo che questo step era previsto, ma con un mea culpa. La soluzione per ora non è chiara, si parlava di ricapitalizzazione “a rate” per evitare che qualcuno fosse costretto a rinunciare al bando. Ma ci sono novità dal Ministero ed Economyup non ci sta, e sostiene che la rateizzazione della ricapitalizzazione e il reperimento dei tutor siano due palliativi poco sensati.

Sharing economy e innovazione sostenibile: occhi aperti.

Si è tenuto a Luiss Enlab, a Roma, Italy Cleanweb Hackathon. La maratona di programmazione per la creazione di app in ambito energetico-ambientale è solo una delle manifestazioni del movimento che spinge imprenditori, innovatori e imprese a far leva sulle nuove tecnologie dell’informazione per guidare enormi miglioramenti nella sostenibilità globale, la prosperità economica e il benessere umano. A vincere la manifestazione Electric Tree, app in cui ognuno può ottenere il suo albero elettrico personale che si nutre e cresce in base al risparmio energetico di casa propria. Anche l’attenzione per la Sharing Economy non si è ancora placata, anzi: tra hangout in cui si racconta cos’è, mappe di chi la fa in Italia ed eventi, molti sono convinti che il 2014 sarà il suo anno.

Startup Weekend sta arrivando a Milano, anzi a Talent Garden,  il 31 gennaio. Per chi fonda  una startup in 54 ore, in palio una borsa di studio offerta dalla fondazione Mind the Bridge per artecipare ad una delle sessioni 2014 della sua Startup School a San Francisco  e lo spazio di working gratuito per tre persone a Talent Garden per un mese. Per trasformare la vostra idea in un’impresa, cliccate qui.

L’Unione Europea inaugura il suo acceleratore. Si chiama piattaforma paneuropea e, anziché da un imprenditore, nasce da un’istituzione. Secondo Neelie Kroes,vice presidente dell’Unione Europa “…l’Europa ha bisogno di startup e di grandi aziende internazionali per diventare nuovamente un polo di crescita globale”.  Si chiama Startup Europe Partnership, e il suo obiettivo dichiarato è far sì che le start up crescano con una mentalità globale, non solo europea ma mondiale. Nel manifesto (qui in italiano) si parla di affrontare gli ostacoli della crescita economica con diverse modalità: abilità e formazione, accesso al talento, migliore accesso al capitale, riduzione degli ostacoli al successo, politica di dati, protezione e privacy, leadership di pensiero. A guidare le azioni di Startup Europe Partnership, la fondazione Mind the Bridge.

Yahoo, Google e Ebay fanno shopping. Yahoo ha acquistato Sparq, start up che si occupa di marketing mobile. La sua funzione sarà aiutare gli utenti a passare da un’app all’altra, interagendo con i contenuti, in pieno stile Marissa Mayer: monetizzare la base di utenti mobile per aumentare i ricavi. E, ovviamente, Google (ma ormai è quasi storia vecchia) si è comprato Nest per 3,2 miliardi di dollari.

Da Forbes a Business Insider, corre voce che, dopo i quasi 130mila dollari di vendite Overstock ha generato nel primo giorno in cui ne ha permesso l’utilizzo, anche Google stia cercando una modalità di pagamento attraverso Bitcoin, e da Ebay è già stato dato il via: dal 10 febbraio dovrebbe lanciare una categoria dedicata allo scambio di valute virtuali, nella sezione Annunci del Regno Unito.

Per saperne di più su

Miur e Startup:

Economy up

StartupItalia

Sharing Economy e innovazione sostenibile:

Italy Cleanweb

Startupweekend a Milano:

Talent Garden

L’Unione europea inaugura il suo acceleratore:

http://ec.europa.eu/digital-agenda/web-entrepreneurs

Google, Yahoo e Ebay fanno shopping:

Sparq

Pando

Gian Luca e Gnammo: il coraggio dei nuovi imprenditori

Come le buone idee sfidano crisi e burocrazia

«Eat slowly, locally and with others»: è questa la prima delle cose che  gli americani dovrebbero imparare dallo stile di vita italiano secondo l’Huffington Post. E lo sa bene Gian Luca, Ceo e co-founder di Gnammo.

 

Gnammo è il portale che fa incontrare gli amanti della cucina, che possono organizzare eventi e proporsi come cuochi o come ospiti (gnammer). Com’è nata questa avventura?

Il cibo fa parte della cultura e tradizione italiana, è innegabile. Io vivevo costantemente due esperienze diverse: una era il trovarmi a cenare con sconosciuti, che poi diventavano amici, quando mi trovavo all’estero per lavoro (spessissimo). L’altra è quella provata da chiunque ami la cucina: si invita qualche amico a mangiare e tutti a dire: wow, bellissimo! Perché non apri un ristorante? E io pensavo: macché ristorante, il lavoro c’è già, e poi quanta burocrazia bisognerà affrontare? Gnammo è diventato il modo di unire queste due istanze».

Perché Gnammo ha funzionato – e continua a funzionare?

«Le motivazioni sono tantissime: alcune sono legate al mercato, altre alla crisi, altre ancora alla voglia di fare impresa e nelle intuizioni, ma tutte trovano fondamento nel coraggio. Quello di  spostare il business model di Airbnb (community in cui è possibile pubblicare, scoprire e prenotare alloggi unici in tutto il mondo) dal letto alla tavola, dove lo vedevamo già vincente. Quello di scoprire che avevamo già un competitor sul mercato, Cocus, e di unirsi anziché fare muro contro muro. Quello di andarci anche cauti: a febbraio 2012 c’è stata la prima landing page funzionante, a giugno la risposta degli utenti era già positiva e l’agenzia di comunicazione di Parmalat ci ha contattati per promuovere i loro prodotti, sapevamo di non essere pronti e ancora sufficentemente strutturati. E abbiamo aspettato finora per collaborare con aziende di food&beverage, perché sappiamo che è il momento migliore per farlo: per loro e per noi. Certo, siamo anche arrivati al momento giusto per avere una copertura mediatica non da poco: tutto quel che riguarda il food è istantaneamente notiziabile, abbiamo avuto i fari puntati addosso».

Nonostante la crisi?

«Anche grazie alla crisi. La situazione economica attuale ha fatto sì che tutto ciò che riguardava la sharing economy avesse un picco di visibilità. Gnammo prospera perché ha trasferito nel digital ciò che era già social, il piacere della buona tavola. In questa frase per un italiano c’è tutto: l’idea dell’organizzare con cura, del fare bene, del condividere. Noi di Gnammo siamo convinti che il futuro, non solo delle imprese, sia in questa condivisione: gli scenari mondiali che ci aspettano saranno fatti di commistione tra assetto economico attuale e sharing economy. La rete servirà sempre più per vivere esperienze fuori dalla rete, Non potevamo essere sul mercato in un momento migliore di questo».

Quali sono state le tue più grandi difficoltà a livello imprenditoriale nel fondare e portare avanti Gnammo?

«Mi vengono in mente due cose in particolare: una è la burocrazia italiana, veramente lenta e inesorabile, contro cui abbiamo dovuto lottare ogni giorno. In particolare il settore della sharing economy rappresenta un buco normativo non indifferente nel nostro Paese: noi lottiamo per una proposta di legge che assimili la legislazione dell’home food a quella dei bed and breakfast. Un altro problema che mi viene da collegare al fatto che siamo in Italia è la mancata tendenza a osare da parte di tutti gli attori del sistema imprenditoriale e non solo».

Quali sono i prossimi passi per far crescere ancora Gnammo?

«Ora che siamo pronti per attivare il product placament sulla nostra piattaforma, dobbiamo svilupparne tutti gli aspetti, dai food events alle brand page. Vogliamo anche implementare la piattaforma: tra poco sarà accessibile la funzione follow, come quella di Twitter, per cuochi, così come dare loro dei feedback: in generale l’user experience sarà migliore. E abbiamo intenzione anche di portare il Social Eating nei ristoranti: stiamo lavorando a una collaborazione con un importante portale di ricerca e prenotazione online di ristoranti, in questa direzione».

Per saperne di più, visita il profilo di Gnammo su SiamoSoci.