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Tra food e local marketing, Mangiaebevi guarda al futuro del Made in Italy

Mangiaebevi

Siamo stati a Startup Weekend Torino e abbiamo aiutato, inisieme ai banker di Azimut, alcune business ideas a trasformarsi in startup, come quella di Merende Diverse e BuonApp. L’Expo è alle porte di Milano e d’Italia (mancano 360 giorni), e il suo slogan “nutrire il pianeta, energia per la vita” ci accompagnerà ancora.

Anche per questo abbiamo un’attenzione particolare alle startup del settore food, che sempre più si delinea come il settore da cui sarà possibile far ripartire il Made In Italy, essendone protagonista. Ed è per questo che oggi parliamo di MangiaeBevi, la guida multimediale che supporta l’utente nella ricerca di ristoranti.

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Non solo Sharing Economy, ma anche Forex, trading, aumento di capitali: una startup sulla strada di Bloomberg Pro

Ultimamente i settori più menzionati nel mondo delle startup sono: sharing economy, settore food, made in Italy. E il trading? Il forex? Insomma, c’è chi opera in un settore meno affascinante a livello mediatico ma molto considerato dal punto di vista finanziario, come Finware. E la storia è ancora più appassionante se la biografia dei founder non è così lineare…Daniele Repossi, per esempio, è del 1986, ma esordisce affermando di essere nato “a vent’anni”.

Chi eri nel 2006, Daniele?

Un ragazzo con un diploma da perito elettronico e delle telecomunicazioni… che non aveva proprio la stoffa del dipendente! È una cosa abbastanza comune in famiglia, la mentalità imprenditoriale: e per me non vuol dire solo non “riuscire” a essere un dipendente. Significa avere sempre bisogno di creare e migliorare, senza aver paura di mettere in discussione qualcosa che c’è già… e questo non è sempre ben visto in un lavoratore dipendente.

Cos’hai fatto quando hai capito di essere nella posizione “sbagliata”?

Ho iniziato a partecipare a corsi di formazione legati al business, ma costavano molto: per questo ho iniziato a lavorare proprio con la persona che li teneva, facendo il procacciatore d’affari. Dopo qualche tempo sono passato alla concorrenza, specializzata nel trading, dove ho trovato tecniche interessanti . Quando ho smesso di lavorare per loro, ho aperto quel che sarebbe poi diventato Finware, la società del mio indicatore OrangeIndicator.

Come funziona OrangeIndicator?                                                                  

È un aggregatore di indicatori che fa uso di dati economici pubblicati ogni settimana dalle Banche, dati che  vengono consegnati alla Sec (la Consob americana) proprio dalle Banche, o comunque da grossi istituti finanziari, che indicano su cosa e in che direzione hanno investito. L’algoritmo di OrangeIndicator permette di leggere con maggior semplicità  trend futuri su base di spostamenti di capitali.

Avete dei competitor?

In Italia questi dati vengono utilizzati da timingcharts.com e qualche broker, come su Dukascopy. Noi però non prendiamo solo i dati, ma abbiamo un vero e proprio algoritmo, che dà indicazioni. Il nostro core business, però, è differente da chiunque raccolga questi dati in Italia: noi ci rivolgiamo ai trader, e Bloomberg – la piattaforma su cui ci inseriremo – ha il 33% dell’intero settore finanziario, e ha creato una piattaforma che costa, in abbonamento, circa 2000 dollari al mese (per cui è accessibile solo a operatori dell’alta finanza e top traders). Proprio su Bloomberg nel 2012 ha preso forma un app portal, un po’come Google Play Store, creato nel 2012. Al momento sul portale sono presenti 45 applicazioni e la nostra idea è diventare la numero 46, dato che Bloomberg è molto interessata alla nostra app.

Cosa dobbiamo aspettarci da Finware?

Sicuramente un trasferimento, anche fisico, a Londra. Legalmente siamo già lì, perché in Italia gli indicatori non sempre hanno possibilità di operare liberamente: c’è molta burocrazia a frenarci. E visto che il nostro primo obiettivo è proprio la sede londinese di Bloomberg, vorrei snellire il dialogo tra loro e la mia società. E poi l’arrivo di nuovi sviluppatori nel team per mettere a punto la app da proporre a Bloomberg.

 Per saperne di più su Finware, clicca qui.

Startup neonata in Nana Bianca: Vino75

Dai fondatori di Scontodigitale, una nuova startup che usa un linguaggio “che parla ai sensi”

0,75 è l’unità di misura delle bottiglie di vino, ed è da qui che nasce il nome di una delle più giovani startup che hanno preso vita dentro Nana Bianca.

Vino75 è  nata giusto il 15 gennaio, ma a crearla sono stati Francesco, Diego, Andrea ed Elisa, già fondatori di Scontodigitale. L’idea è la creazione di uno store del vino, sganciandosi dai competitor classici: il target di Vino75 non sono gli intenditori, ma un pubblico non necessariamente esperto: per questo il sito cerca di rispondere ad esigenze più sensoriali che di conoscenza del dettaglio.

All’inizio sembra che – come tutte le startup, almeno dalle parole dei founder – Vino75 sia nata per caso: il classico produttore di vini che però “gira” attorno all’azienda causa amicizia di vecchia data.  E un giorno l’ipotesi buttata lì per caso: “Perché non proviamo a vendere vino di qualità online?”. Ovviamente non è solo così: alla base di Vino75 ci sono dati che parlano (come sempre):  le casse di vino in vendita su Scontodigitale, in mezzo agli aspirapolvere, avevano avuto più di 300 acquirenti in un anno. La base utenti grande ma non specifica del sito di flash sales ha portato all’approccio di Vino75: è stata quella la base della creazione di uno store del vino che si slegasse dai competitor “classici”.

Proprio la conoscenza dell’utente ha indirizzato la scelta di un linguaggio che parlasse ai sensi, più che alla tecnica: l’obiettivo del portale è anche far conoscere i prodotti sul portale attraverso azioni stratificate, grazie a cui gli user ricevono informazioni sempre più specifiche sui vini in questione – che spesso non si trovano nella grande distribuzione.

Insomma, una semplice idea che fa centro? Non proprio. I fondatori hanno le idee chiare su perché e come Vino75 funziona. Intanto, hanno scelto di fare qualcosa di complicato: è difficile convincere i grandi produttori a entrare nel mondo online, quindi le persone disposte a provarci non sono moltissime.

In questo caso non ci sono grossi player sul mercato (ma qualche competitor diretto sì, come Tannico). Ma la start up nata a Nana Bianca punta molto anche sulla tecnologia fatta in house, che permette la scalarità e la semplificazione completa dei processi gestionali e amministrativi.

L’ultima carta vincente di Vino75 è – nell’era dello storytelling, fondamentale – il saper raccontare ai propri clienti una storia, fatta di cultura, arte e made in Italy. E grazie al proprio know-how, sta già meditando nuovi algoritmi per offrire al cliente l’offerta giusta, nel momento migliore.