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Come scrivere un business plan: Team, Mercato, Strategia

Business plan

Nel primo post relativo alla redazione del business plan avevamo sottolineato l’importanza di questo documento e, soprattutto, i principi da seguire nella sua creazione. In questa seconda parte della nostra mini-guida, ci occuperemo del contenuto iniziale del vostro business plan. Tralasciando l’Executive Summary che, come già sottolineato, anche essendo il capitolo di apertura del documento deve essere redatto per ultimo, le prime informazioni da riportare riguardano l’azienda.

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Crisi dell’editoria? Abacus non ci sta e punta al digitale

25 anni di competenze e un mercato su cui diventare ancora più forti  

Mentre manca poco alla chiusura della call del Salone del Libro per le startup innovative che si occupano di editoria, vi presentiamo Abacus, una delle imprese presenti su SiamoSoci, che opera proprio in questo mondo: ce ne parla il fondatore Augusto Vecchi.

Augusto, come è nata Abacus?

«Da un viaggio a Lugano: la Vecchi Editore, da 25 anni protagonista del settore libri per ragazzi, rischiava di “sedersi sugli allori”. Tornando nella città Svizzera della mia gioventù, ho saputo che per il secondo anno consecutivo è stata nominata la “nazione più innovativa al mondo”. Infatti, ho percepito un fermento positivo che mi ha dato nuovi stimoli professionali e la voglia di rimettermi in gioco investendo nel settore digitale».

Qual è il vostro obiettivo?

«Mantenere la leadership in certi mercati e conquistarne di nuovi! Attualmente con la Vecchi Editore abbiamo il 4% dell’intero export nazionale italiano del nostro comparto. Con Abacus intendiamo diventare protagonisti globali anche della cultura digitale e dell’intrattenimento mobile. E con ill fatto che abbiamo già clienti in 42 paesi, questo obiettivo sarà più veloce».

Come è stato trasportare tutta la competenza editoriale nel settore digitale?

«Semplicemente una naturale evoluzione, dall’editoria cartacea a quella digitale. Con Abacus, tutte le piattaforme di e-commerce avranno la possibilità di avere in versione digitale tutti quei contenuti di qualità che per anni sono stati il core business della Vecchi Editore. Non vogliamo più commissionare a terzi lo sviluppo di un’App o un di un eBook: noi vogliamo che il know-how di questa tecnologia diventi proprietario per poter creare velocemente e improprio prodotti Abacus, nonché quelli dei nostri clienti editori».

Avete deciso di lanciarvi in un mondo che oggi è popolato di competitor…

«Anche in questo ci viene in aiuto l’esperienza: avere origine in una casa editrice che opera sui mercati internazionali ed è conosciuta per la sua serietà e prodotti di elevata qualità, è molto vantaggioso. Siamo abituati a competere a livello mondiale, ma i valori aggiunti che ci permetteranno di guadagnare nuove fette di mercato, saranno apportati anche dalla competenza e tecnologia di nuovi partner. Proprio in questi giorni siamo in trattativa con un colosso Tedesco della distribuzione e con un innovativo sviluppatore Cinese».

Cosa vuol dire lavorare nel settore culturale oggi?

«Essere tra coloro che sostengono la cultura è sicuramente un ruolo di responsabilità. Più volte siamo stati chiamati dal Ministero degli Esteri e da quello della Cultura a rappresentare l’Italia nelle fiere internazionali. Con Abacus continueremo la nostra mission aiutando genitori e bambini di tutto il mondo ad avvicinarsi alla cultura del libro, esso sia cartaceo o digitale. Già, perché se vogliamo che la classe dirigente di domani sia culturalmente preparata, dobbiamo fare in modo che i nostri figli amino la lettura».

Quali sono i prossimi passi di Abacus?

«Ci stiamo preparando per la presentazione ufficiale di Abacus, che avverrà a fine marzo in occasione della Children’s Book Fair di Bologna, dove saremo presenti con un grande stand di 32 m2. Nel frattempo si sono aperte le candidature per ricercare sviluppatori e web design, professionisti che andranno a formare il team digitale che si affiancherà all’attuale team commerciale».

Per saperne di più su Abacus, visita il suo profilo su SiamoSoci

Gaming startup: 5 cose su Balzo

 

Sono arrivate la settimana scorsa in Italia i numeri da brivido su Supercell, la startup miliardaria protagonista del gaming mobile. Sulla nostra piattaforma ci sono tre ragazzi che inseguono lo stesso sogno: sono quelli della startup Balzo. Li abbiamo incontrati a Nana Bianca. Abbiamo giocato con le loro app. E ve li “riassumiamo” così:

Cosa dimostrano. Come funziona oggi il mercato delle app: i grossi player non mancano, ma un team indie può competere se propone piccoli prodotti curatissimi, e questa cura è riscontrabile nei feedback utenti.

Caratteristica più marcata. Producono giochi originali, o ispirati a giochi classici. Ad esempio, Kroms riprende un vecchio gioco, ma con una raffinatezza inestimabile nell’aspetto grafico e nella musica. E la soddisfazione piena sta nella retention, la metrica più importante: quanto gli user restano attaccati al gioco.

Problema del loro settore. La visibilità. Il mercato è ricchissimo e in espansione. Le possibilità ci sono, ma solo se si ha spinta iniziale per diventare visibili.

Perché Balzo è famosa. Apple ha nominato diverse volte i loro giochi come migliori della settimana.

Cosa amano del loro lavoro. Il trovarsi ciclicamente a ideare e progettare qualcosa di qualcosa di nuovo.

Il nostro preferito: Vincenzo, che nello stesso anno si è sposato e ha lasciato il proprio posto a tempo indeterminato. Good Luck!

Dove li trovate: su SiamoSoci!

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Wearable device, la startup Lapsy è in prima linea in un settore in crescita

Che quello dei wearable device sia un trend è una realtà. E Lapsy, la startup fondata da Marco Malaguti, non se lo fa certo scappare. Marco in realtà ha una ditta di software che opera in molti settori. Proprio per questo ha avuto la possibilità di tenere sott’occhio il mercato. E di capire che il trend dei wereable device è in via di sviluppo, soprattutto negli Stati Uniti.

Ma cos’è esattamente Lapsy?

Un braccialetto: la mia ditta sviluppa app per la domotica e anche per questo abbiamo deciso di creare un oggetto che interagisse non solo tramite un’app, ma tramite il corpo umano.  Lapsy lavora tramite bluetooth, e ha un display a led attraverso cui comunica con l’utente: una volta messo fornisce informazioni  sia grazie alla sincronizzazione con altri device dell’utente, sia grazie al fatto che “vede” ciò che lo circonda.

Voi però non avete in mente di rivolgervi direttamente all’utente finale…

Abbiamo due possibili sviluppi di business: il primo è creare API per programmatori terzi. In questo caso il bracciale diventa utilizzabile da innumerevoli applicazioni in diversi settori, lo venderemmo quindi vendere a chi usa altri software. Il secondo è fornire Lapsy a grandi brand con funzionalità e design personalizzabili e lasciare che venga usato anche per il proximity marketing.

In questo, però, avete non pochi competitor…

Certo, in qualche modo cerchiamo di differenziarci, perché il nostro obiettivo è dare un gadget riutilizzabile, avendo la possibilità di veicolare informazioni in un momenti diversi a seconda del luogo dove ci si trova, in più con il bracciale interagiamo anche con l’impiantistica di casa o dei negozi creando un esperienza utente molto coinvolgente.

E per la privacy?

Non abbiamo problemi più grossi di quelli che potrebbero avere Facebook o Google. Ci tengo a precisare che noi ovviamente sviluppiamo il marketing, ma siamo partiti dall’idea di creare qualcosa che davvero rendesse la vita migliore e più semplice.

Quali sono state le vostre difficoltà “imprenditoriali”?

Per me che ero già imprenditore, iniziare a lavorare come startup ha portato principalmente vantaggi. Il modo di lavorare è diverso – banalmente siamo in un incubatore, a Modena – e lo viviamo come una risorsa. Prima sviluppavi un prodotto e lo tenevi nascosto finché non era finito: oggi invece siamo più “aperti” e tutti ci danno una mano da quando condividiamo il progetto. Rimane il fatto del tempo – che non è mai abbastanza – e degli investimenti da trovare. Ma per un vero imprenditore sono problemi “da tutti i giorni”.

 

Arriva Pony Zero, l’impresa del futuro

Marco, Davide e la trasformazione di un sistema

Non sempre le idee nascono là dove ce lo aspettiamo: può succedere che a portare il futuro sotto i nostri occhi siano le persone più insospettabili. Ad esempio un ragazzo laureato in lettere che anziché lamentarsi della crisi e del problema dell’insegnamento in Italia, lascia il posto da docente e  investe nell’idea di qualcosa di utile per tutti.

Marco, come è nata Pony Zero?

«Intanto non ero solo: fin dall’inizio con me c’è stato Davide Fuggetta che si occupava di logistica nell’ambito dei trasporti e ha portato con sé tutta la sua esperienza precedente. Con lui ho iniziato a pensare a un’esperienza che andasse incontro alle problematiche delle città contemporanee, come le polveri sottili, e la conseguente preoccupazione per la salvaguardia ambientale».

Perché l’idea è vincente?

«Sicuramente a funzionare è il connubio tra il vantaggio di un servizio efficace ed economico e che allo stesso tempo ha a cuore temi attuali e importanti. Con i nostri zaini impermeabili e con le nostre speciali bici cargo riusciamo a trasportare qualsiasi tipo di materiale. L’impresa funziona nel momento in cui c’è un vantaggio per l’imprenditore, grazie al servizio snello e ai costi di gestione bassi, e per il cliente, grazie alla riduzione delle tempistiche ed ai costi ridotti. In questo caso è anche chiaro il vantaggio per la collettività: per questo Pony Zero è il futuro, siamo nel pieno della trasformazione di un sistema che interpretiamo perfettamente».

Da imprenditore, dove hai trovato le difficoltà maggiori?

«Credo che la fatica di Pony Zero risieda anche nel suo operare a livello “culturale”. Abbiamo dovuto vincere la resistenza di chi, all’inizio, non credeva che fosse possibile davvero offrire un servizio migliore. I clienti che hanno iniziato ad usarci, più di 300, sono stati immediatemente fidelizzati grazie all’efficacia ed economicità del servizio stesso. Un altro grande ostacolo è stato la burocrazia. In Camera di Commercio, ad esempio, non sapevano neanche come iscriverci, e abbiamo avuto problemi a livello di assicurazioni ma ora è tutto risolto, per altro Reale Mutua Assicurazioni ha deciso di essere nostro sponsor».

In che mercato si è inserito Pony Zero?

«Il nostro mercato di riferimento è veramente enorme, si parla di un totale di 27 miliardi di euro, di cui 2,7 riguardanti solamente il settore urbano, che è il nostro core business. Basta pensare al confronto con un furgone, di cui bisogna pagare ammortamento, ztl, bollo, assicurazione, benzina, e alle nostre biciclette cargo che costano dai 1000 ai 3000 euro: il costo arriva sino a  20 volte meno, e il furgone diventa “reo” di una perdita di efficienza clamorosa».

In che direzione va ora Pony Zero?

«Intanto siamo in via di espansione per la replica del modello nelle maggiori città italiane, in particolare Roma. E stiamo progettando un servizio di consegne interurbane super-express a impatto quasi zero, tramite alcune partnership, per esempio quella con Italo Treno ora nella sua fase conclusiva: il taglio alla spesa media delle consegne in giornata (che sfiorano i 2-300 euro) potrebbe essere davvero  notevole».

Per saperne di più su Ponyzero,