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Post su Nanabianca: il marketing delle app

Marketing App
Venerdì 7 febbraio su Nanabianca è uscito un interessantisimo post di Alessandro Sordi a proposito del marketing delle app.

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Sailogy, un modello già vincente per un nuovo business

Manlio, ex direttore marketing in Ferrari, è oggi Ceo di Sailogy, piattaforma di prenotazione per gli amanti dei viaggi in barca

Manlio, quella di Sailogy sembra un’avventura: lasciare il certo per l’incerto, per poi fondare un’impresa di successo.  È stato così?

«Diciamo che l’”idea” di Sailogy è nata da una necessità: io sono un turista che ama prenotare vacanze in barca, cosa che – fino all’arrivo di Sailogy – era difficilissima: il mercato era frammentato, per accedere a questo mondo bisognava essere molto esperti e avere le giuste conoscenze. Era evidente il bisogno di una piattaforma più efficiente. Io ero direttore marketing in Ferrari, ma avevo il desiderio di fondare “qualcosa di mio” ».

Perfetto, questa era l’idea. Tu però hai fondato un’impresa: quali sono stati i passaggi più importanti?  

«Fondare una startup, lasciando un lavoro ben avviato; è una cosa rischiosa e complicata. Per sei mesi ho fatto due lavori: tornavo a casa la sera e lavoravo fino alle tre del mattino. Dopo qualche mese, ero pronto per presentare il business plan ai primi investitori. Sono partito da un crowdfunding artigianale coinvolgendo persone che conoscevo. Quando ho capito che credevano in me e nel mio progetto ho lasciato il mio lavoro. Nel frattempo in quei mesi mi ero fatto affiancare da una persona che, full time, sviluppasse l’ idea di business: andava a parlare con società di charter, e valutava tutti i “numeri”, come ad esempio il prezzo medio del noleggio».

Da imprenditore, dove hai riscontrato le difficoltà maggiori nel fondare la tua startup?

«A volte la cosa più difficile all’inizio è il rapporto con gli investitori. Perché le persone che devono investire sul tuo progetto, specie in Italia, spesso hanno richieste inapplicabili a una startup. Devi soddisfare requisiti che potrebbe soddisfare un’impresa che ha cinque anni di sviluppo, non una di 5 mesi. Spesso la soluzione è affidarsi agli Angel Investor, che hanno profili più imprenditoriali, quindi più affini a te».

Sailogy in breve: cos’è, come e perché funziona?

«Non ci siamo inventati niente: è solo un sistema di prenotazione di un prodotto che c’è già. Facciamo quel che hanno fatto Booking o Venere 15 anni fa, rivoluzionando il mercato degli hotel. Ora il loro servizio è qualcosa che noi diamo per scontato, ma nel mondo delle barche a vela  non lo è , anzi: per prenotare una barca oggi bisogna passare in agenzia, o mandare un fax, chiedere preventivi… proprio come succedeva nel settore alberghiero, ma vent’anni fa. Sailogy funziona perché l’utente finale trova subito barche prenotabili in tempo reale, e non deve affidarsi all’amico che aveva conosciuto uno skipper l’estate prima».

E i tuoi competitor?

«In Italia ci sono molte ottime agenzie specializzate in charter, ma funzionano tutte offline. All’estero qualche competitor nasce, anche con business model diversi, ma solo il tempo ci dirà quale era il migliore. In Germania c’è una società un po’ più orientata alla convenienza del prezzo, mentre noi puntiamo di più sulla qualità. Ci sono anche 2 player, uno americano, l’altro greco che fanno peer to peer. Noi non crediamo sia il momento:  sarebbe come se, nel settore alberghiero, fosse nato prima Airbnb e poi Booking».

La tua impresa sta crescendo ancora, cosa la aspetta?

«Per Sailogy è il momento di scalare il business. Nello specifico i modi saranno tre: tradurremo in italiano, tedesco (la Germania è il maggior mercato in Europa) e spagnolo (dato che il mercato è grande e non presidiato). In parallelo continueremo l’ampliamento della flotta, cercando di eliminare la stagionalità che è un po’insita nel nostro dna, ma dobbiamo vendere 12 mesi l’anno. È un obiettivo che stiamo già raggiungendo, dato che le ultime 47 destinazioni aggiunte negli ultimi quattro mesi spaziano dal Messico ai Caraibi, tutte destinazioni invernali. Ultimo, ma non meno importante, sarà espandere il servizio di vendita: se oggi vendiamo solo il noleggio della barca, il nostro obiettivo sarà poi vendere il viaggio intero: aereo, assicurazioni, tutto ciò che serve per completare il viaggio».

Viaggi nell’ecosistema start up: un giorno a Nana Bianca

6 aprile 2014: segnatevi questa data, perché sulla Hbo inizierà ad andare in onda Silicon Valley, la fiction su quattro amici – ovviamente nerd – che fondano una start up per trovare un  nuovo algoritmo di ricerca.

Mentre in Usa va già in tv, in Italia chi fonda start up spesso sta negli stessi posti. Gli spazi di coworking, o gli acceleratori, come Nana Bianca, a Firenze.

Noi ci siamo stati, e abbiamo parlato con almeno una ventina di founder. Tutte le loro start up sono state accelerate qui, ma hanno idee di impresa diverse almeno quanto lo sono loro, come persone e come imprenditori.

«Intanto le start up che lavorano qui non sono tutte uguali – spiega Federica, che da giugno si occupa di marketing e comunicazione a Nana Bianca – alcune hanno già fatto il loro ciclo di accelerazione e sono rimaste, come Buru Buru. Utilizzano lo spazio di coworking, e noi siamo ci teniamo a mantenere un rapporto costante con le startup accelerate per seguirne la crescita anche dopo l’accelerazione. Al primo piano invece ci sono quelle considerate “interne”, la cui gestione è affidata a Nana Bianca, come Viralize, Domee, Freapp. E ora siamo in attesa di quelle che parteciperanno ad Asteroids 3, prossimo programma di accelerazione».

I criteri per entrare in Asteroids 3 sono in sostanza molto simili a quelli della prima edizione, nel dicembre 2012: la start up deve già avere una versione α o β del prodotto, un team già formato con almeno uno sviluppatore, essere disposto a lavorare nella sede di Nana Bianca per almeno tre mesi. Il passaggio dai sei del primo programma di accelerazione  ai tre attuali è stato uno dei pochi cambiamenti di quest’anno, proprio perché Nana Bianca è un po’ lei stessa una start up, che si trasforma seguendo nuovi bisogni e necessità (dato che si autoalimenta facendo crescere progetti che hanno certi  requisiti, chiedendo in cambio una parte delle quote quando viene costituita la società).

Ma cosa sta succedendo a chi al programma di accelerazione ha già partecipato? Federica ci presenta uno a uno gli imprenditori già passati per i primi due Asteroids: dai fondatori di Sconto Digitale, che avevano partecipato al primo programma di accelerazione e da poco si sono lanciati nell’avventura di Vino75, alle ultime 4 arrivate (Gourmant, Sgnam, Wowcracy e Family Nation) che stanno avendo ottimi risultati, al punto di essere state tutte finanziate da Club Italia Investimenti. Ognuno aveva una storia da raccontare, la sua, e le leggerete qui nei prossimi giorni.

Azimut Libera Impresa: -2 giorni all’evento, +3 start up che si presenteranno

Viralize, Pathflow, Bringme: sono queste le start up che gli acceleratori Nana Bianca, Treatabit/I3P ed H-Farm presenteranno all’evento organizzato da SiamoSoci all’interno di Azimut Libera Impresa. In attesa dei loro pitch, ecco chi sono:

Viralize è un servizio di distribuzione di video sponsorizzati che fa leva sui social network e sulla viralità per massimizzare la diffusione dei contenuti.  A portare il video giusto al pubblico giusto ci pensano Marco, Maurizio e Ugo, che offrono un ottimo servizio sia agli inserzionisti, che lanciano campagne pubblicitarie sulla piattaforma, sia agli editori, che possono guadagnare inserendo video di qualità distribuiti da Viralize sui propri siti o blog.

Pathflow ha un antico obiettivo (ottimizzare i costi e massimizzare le vendite), ma strumenti nuovi e potenti: il cosiddetto Analytics della vita reale analizza studia i comportamenti dei clienti all’interno dei locali, e confronta i risultati con quelli di marketing e vendite per  arrivare a dati oggettivi che permettano al rivenditore di conoscere i propri clienti e muoversi di conseguenza.

Bringme, protagonista della mobilità sostenibile, offre soluzioni  tecnologiche per lo sviluppo e la diffusione del carpooling. Dal portale web per i privati all’app che certifica l’effettivo utilizzo del carpooling monitorando l’equipaggio, fino al carpooling aziendale, l’evoluzione di Bringme è inarrestabile.

E se queste sono le presentazioni sostanziali, mercoledì sarà data voce ai giovani imprenditori stessi, voce dell’innovazione italiana nei settori di mobilità, pubblicità e marketing.

Buru Buru, la creatività vale

L’impresa al femminile che fa rinascere il Made in Italy: intervista a Lisa Guciarelli, founder di Buru Buru

Lisa, quali sono le origini di Buru Buru?

«Buru Buru è nata due anni fa. Io avevo sempre lavorato nell’organizzazione eventi di cultura e design, e sapevo che l’artigianato italiano pullulava di oggetti fatti anche meglio di quelli della grande distribuzione. L’idea è nata pensando ai bisogni degli artigiani che non avevano né capacità né tempo per dedicarsi al marketing».

Dall’idea siete arrivate all’impresa. Come?

«Intanto abbiamo dovuto staccarci dal lavoro che avevamo, io addirittura mi ero trasferita a Roma e sono tornata a Firenze. A maggio 2012 io e mia sorella Sara, che è un ingegnere, abbiamo conosciuto la nostra buyer. Nello stesso periodo abbiamo iniziato a frequentare l’incubatore tecnologico fiorentino che ci ha consigliato di parlare con Paolo Barberis, Alessandro Sordi e Jacopo Marello, che stavano per fondare Nanabianca, da cui Buru Buru è stata poi incubata a dicembre dello stesso anno».

Secondo te perché Buru Buru ha funzionato?

«Intanto c’è un dato oggettivo: le ricerche su Google di “made in Italy” sono cresciute in un anno dell’8%, specie nei  settori moda, accessori. D’altra parte il  nostro motto è: ripartiamo dalle nostre mani. Dobbiamo rivalutare il saper fare della tradizione italiana,  Buru Buru dà voce proprio ai detentori di sapere e conoscenza italiana. Noi siamo il trait d’union tra made in Italy e  il mercato, anche estero, dove c’è maggiore interesse: riusciamo a dare più luce e respiro alle piccole e medie imprese che funzionano e offrono qualità alta ma non sono conosciuti. Infatti seguiamo la logistica: il corriere arriva dall’artigiano nel momento che gli è più utile. Abbiamo pensato anzitutto a quel che era più utile per gli artigiani. Ma conosciamo anche bene il nostro utente-tipo: è una persona che acquista anche seguendo un lato emotivo, vuole conoscere storia del prodotto, tanto più se originale e particolare: che sia il pezzo unico, prodotto ricercato ed elaborato. E noi gli offriamo l’accesso all’artigianato contemporaneo made in Italy».

Quali sono stati i momenti più difficili?

«Generalmente hanno coinciso con quelli più entusiasmanti: quando abbiamo scelto di lasciare il lavoro per credere in Buru Buru, agli inizi. Quando qualcuno ha iniziato a credere in noi, come Club Italia Investimenti 2, attraverso cui abbiamo ottenuto il primo seed. Quando, dopo qualche tentativo, abbiamo costruito un team forte, con persone che volessero condividere un’esperienza lavorativa, che dà più soddisfazioni ma è anche più incerta di una carriera “normale”».

Quali sono i prossimi passi per Buru Buru?

«Sicuramente affacciarci sul mercato estero, dove la richiesta è ancora maggiore. Siamo lavorando anche sul prodotto, ricercando nuovi brand italiani. E poi ci piacerebbe anche espandere il team, vogliamo prenderci cura del prodotto che è la cosa che ci differenzia e ci ha portato fino a qui».