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Chef dovunque, la startup dei primi piatti italiani

Chef Dovunqe

Non è una startup del mondo digitale, come quelle di cui si sente parlare più spesso sui giornali. Ma la startup attualmente in campagna su SiamoSoci, Chef Dovunque, ha dato vita a un prodotto innovativo, ha già coinvolto Business Angel e fondi di Venture Capital, in un settore che, in un momento come Expo 2015 ha gli occhi puntati addosso: quello del food.

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Vini e E-Commerce, dove operano le startup “Food & Beverages”

Wine

L’imprenditoria innovativa sta cambiando profondamente uno dei settori fondamentali del  “Made in Italy”, quello agroalimentare. Secondo la ricerca condotta da SiamoSoci, le startup operanti nel settore “Food & beverages” sono un centinaio, con un’altissima percentuale di siti e-commerce operanti prevalentemente nella vendita di vino.

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Made in Italy: le startup al lavoro

Nella foto: la home del Google Institute

Ci sono problemi che non tramontano, uno – ultimamente molto in voga in Italia – è la salvaguardia del Made in Italy. Non molto tempo fa su CheFuturo, il celebre “Lunario dell’innovazione”, è stata riportata l’infografica della Cna al grido de “Le imprese devono innovare”:

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Non solo Sharing Economy, ma anche Forex, trading, aumento di capitali: una startup sulla strada di Bloomberg Pro

Ultimamente i settori più menzionati nel mondo delle startup sono: sharing economy, settore food, made in Italy. E il trading? Il forex? Insomma, c’è chi opera in un settore meno affascinante a livello mediatico ma molto considerato dal punto di vista finanziario, come Finware. E la storia è ancora più appassionante se la biografia dei founder non è così lineare…Daniele Repossi, per esempio, è del 1986, ma esordisce affermando di essere nato “a vent’anni”.

Chi eri nel 2006, Daniele?

Un ragazzo con un diploma da perito elettronico e delle telecomunicazioni… che non aveva proprio la stoffa del dipendente! È una cosa abbastanza comune in famiglia, la mentalità imprenditoriale: e per me non vuol dire solo non “riuscire” a essere un dipendente. Significa avere sempre bisogno di creare e migliorare, senza aver paura di mettere in discussione qualcosa che c’è già… e questo non è sempre ben visto in un lavoratore dipendente.

Cos’hai fatto quando hai capito di essere nella posizione “sbagliata”?

Ho iniziato a partecipare a corsi di formazione legati al business, ma costavano molto: per questo ho iniziato a lavorare proprio con la persona che li teneva, facendo il procacciatore d’affari. Dopo qualche tempo sono passato alla concorrenza, specializzata nel trading, dove ho trovato tecniche interessanti . Quando ho smesso di lavorare per loro, ho aperto quel che sarebbe poi diventato Finware, la società del mio indicatore OrangeIndicator.

Come funziona OrangeIndicator?                                                                  

È un aggregatore di indicatori che fa uso di dati economici pubblicati ogni settimana dalle Banche, dati che  vengono consegnati alla Sec (la Consob americana) proprio dalle Banche, o comunque da grossi istituti finanziari, che indicano su cosa e in che direzione hanno investito. L’algoritmo di OrangeIndicator permette di leggere con maggior semplicità  trend futuri su base di spostamenti di capitali.

Avete dei competitor?

In Italia questi dati vengono utilizzati da timingcharts.com e qualche broker, come su Dukascopy. Noi però non prendiamo solo i dati, ma abbiamo un vero e proprio algoritmo, che dà indicazioni. Il nostro core business, però, è differente da chiunque raccolga questi dati in Italia: noi ci rivolgiamo ai trader, e Bloomberg – la piattaforma su cui ci inseriremo – ha il 33% dell’intero settore finanziario, e ha creato una piattaforma che costa, in abbonamento, circa 2000 dollari al mese (per cui è accessibile solo a operatori dell’alta finanza e top traders). Proprio su Bloomberg nel 2012 ha preso forma un app portal, un po’come Google Play Store, creato nel 2012. Al momento sul portale sono presenti 45 applicazioni e la nostra idea è diventare la numero 46, dato che Bloomberg è molto interessata alla nostra app.

Cosa dobbiamo aspettarci da Finware?

Sicuramente un trasferimento, anche fisico, a Londra. Legalmente siamo già lì, perché in Italia gli indicatori non sempre hanno possibilità di operare liberamente: c’è molta burocrazia a frenarci. E visto che il nostro primo obiettivo è proprio la sede londinese di Bloomberg, vorrei snellire il dialogo tra loro e la mia società. E poi l’arrivo di nuovi sviluppatori nel team per mettere a punto la app da proporre a Bloomberg.

 Per saperne di più su Finware, clicca qui.

Buru Buru, la creatività vale

L’impresa al femminile che fa rinascere il Made in Italy: intervista a Lisa Guciarelli, founder di Buru Buru

Lisa, quali sono le origini di Buru Buru?

«Buru Buru è nata due anni fa. Io avevo sempre lavorato nell’organizzazione eventi di cultura e design, e sapevo che l’artigianato italiano pullulava di oggetti fatti anche meglio di quelli della grande distribuzione. L’idea è nata pensando ai bisogni degli artigiani che non avevano né capacità né tempo per dedicarsi al marketing».

Dall’idea siete arrivate all’impresa. Come?

«Intanto abbiamo dovuto staccarci dal lavoro che avevamo, io addirittura mi ero trasferita a Roma e sono tornata a Firenze. A maggio 2012 io e mia sorella Sara, che è un ingegnere, abbiamo conosciuto la nostra buyer. Nello stesso periodo abbiamo iniziato a frequentare l’incubatore tecnologico fiorentino che ci ha consigliato di parlare con Paolo Barberis, Alessandro Sordi e Jacopo Marello, che stavano per fondare Nanabianca, da cui Buru Buru è stata poi incubata a dicembre dello stesso anno».

Secondo te perché Buru Buru ha funzionato?

«Intanto c’è un dato oggettivo: le ricerche su Google di “made in Italy” sono cresciute in un anno dell’8%, specie nei  settori moda, accessori. D’altra parte il  nostro motto è: ripartiamo dalle nostre mani. Dobbiamo rivalutare il saper fare della tradizione italiana,  Buru Buru dà voce proprio ai detentori di sapere e conoscenza italiana. Noi siamo il trait d’union tra made in Italy e  il mercato, anche estero, dove c’è maggiore interesse: riusciamo a dare più luce e respiro alle piccole e medie imprese che funzionano e offrono qualità alta ma non sono conosciuti. Infatti seguiamo la logistica: il corriere arriva dall’artigiano nel momento che gli è più utile. Abbiamo pensato anzitutto a quel che era più utile per gli artigiani. Ma conosciamo anche bene il nostro utente-tipo: è una persona che acquista anche seguendo un lato emotivo, vuole conoscere storia del prodotto, tanto più se originale e particolare: che sia il pezzo unico, prodotto ricercato ed elaborato. E noi gli offriamo l’accesso all’artigianato contemporaneo made in Italy».

Quali sono stati i momenti più difficili?

«Generalmente hanno coinciso con quelli più entusiasmanti: quando abbiamo scelto di lasciare il lavoro per credere in Buru Buru, agli inizi. Quando qualcuno ha iniziato a credere in noi, come Club Italia Investimenti 2, attraverso cui abbiamo ottenuto il primo seed. Quando, dopo qualche tentativo, abbiamo costruito un team forte, con persone che volessero condividere un’esperienza lavorativa, che dà più soddisfazioni ma è anche più incerta di una carriera “normale”».

Quali sono i prossimi passi per Buru Buru?

«Sicuramente affacciarci sul mercato estero, dove la richiesta è ancora maggiore. Siamo lavorando anche sul prodotto, ricercando nuovi brand italiani. E poi ci piacerebbe anche espandere il team, vogliamo prenderci cura del prodotto che è la cosa che ci differenzia e ci ha portato fino a qui».