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La EXIT spiegata da chi l’ha fatta

Tra febbraio e marzo due startup del portfolio di Club Italia Investimenti 2 hanno reso noto di aver concluso le exit: si tratta di 20lin.es e Foodinho.

Per exit s'intende la pianificazione della vendita delle azioni o dell’azienda nel suo complesso e nei casi in questione gli acquirenti sono due società estere, rispettivamente l'editore statunitenste Harper Collins e la società spagnola Glovo, specializzata nell'anything delivery.

Abbiamo chiesto ai funder delle due startup, Alessandro Biggi di 20lines e Matteo Pichi di Foodinho, di rispondere a quattro quesiti utili per tutti gli startupper (e gli investitori) che vedono nel proprio futuro questo genere di operazioni.

Una startup deve porsi la exit come obiettivo fin dalla propria nascita?

Matteo Pichi. Assolutamente no. Una startup a mio avviso deve pianificare un percorso di crescita sostenibile, al fine di creare valore per gli azionisti oltre ad un ambiente di lavoro stimolante e piacevole per le persone che fanno parte del team. Più che la exit, la startup deve dunque programmare gli step di crescita nei quali le risorse finanziarie apportate da terzi sono cruciali, siano esse derivanti da un round di finanziamento, una parziale exit o una totale exit. Penso anche che il desiderio di tutti gli imprenditori sia di non vendere la propria società, ma talvolta le condizioni di mercato possono indurre questa strategia.

Alessandro Biggi. La exit non dev’essere l’obiettivo principale ma è importante pensarci fin dal primo giorno. Credo che il sogno di ogni imprenditore sia creare una grande azienda di successo, che possa stare sulle proprie gambe e crescere di anno in anno.
Allo stesso tempo, le opportunità di exit vanno create fin dall’inizio, valutando attentamente ogni contatto, relazione, partnership che viene sviluppata.

A chi affidarsi per condurre le trattative con la società acquirente?

Matteo Pichi. Sicuramente affidarsi a consulenti garantisce un risultato migliore sia a livello di capacità negoziale sia, e soprattutto, a livello di tutele che in operazioni di finanza straordinaria possono essere fondamentali per il futuro della società.

Alessandro Biggi. Ci sono strutture o banche d’affari che si occupano di seguire questo tipo di accordi. Ovviamente in base alle dimensioni del deal questo servizio può essere più o meno utile, però la parte chiave, insieme al management delle due società, la giocano gli avvocati.

Quando avvisare gli altri soci di capitale delle trattative in corso?

Matteo Pichi. A mio avviso i soci devono essere avvisati solo a trattative in corso, prima del processo di due diligence. Esso infatti è lungo e con i soci si può decidere la strada migliore, oltre a valutare scenari differenti.

Alessandro Biggi. Credo sia importante essere trasparenti con i soci in ogni momento, ma allo stesso tempo bisogna evitare di creare false aspettative quindi è fondamentale bilanciare le due cose.

Perché accettare e perché rifiutare l'offerta della società acquirente?

Matteo Pichi. Rifiutare sicuramente se non è stato considerato sufficientemente il valore prospettico della società o se non ci sono visioni di business competamente allineate con il compratore. Accettare se esso si rende necessario per il proseguo del cammino di crescita veloce della società.
Nell'era di Internet credo infatti che la componente time-to-market sia sempre piu determinante per il successo o il fallimento dei progetti.

Alessandro Biggi. Ci possono essere tantissimi motivi a partire da ovvie ragioni economiche fino a questioni personali o di relazione con gli altri membri del team. In generale bisogna avere chiara la visione per la propria società e quali sono gli obiettivi che si possono raggiungere: basta pensare a quando Snapchat rifiutò l’offerta di Facebook da 3 miliardi di dollari e ora ne vale circa 16. 

Luca Rancilio: l’esperienza dell’impresa Made in Italy al servizio dell’innovazione

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Rancilio è un nome che immediatamente ricorda una storia d’impresa italiana. Era il 1927 quando Roberto Rancilio fondò le Officine Meccaniche RR, “antenate” della celebre Rancilio, protagonista del settore produttivo di macchine professionali per il caffè espresso. Dopo il recente acquisto del gruppo Rancilio da parte di Ali Group, avvenuto nell’ottobre 2013, i nipoti di Roberto, Luca e Silvia, hanno scelto di incanalare i propri sforzi e le proprie competenze negli investimenti su altre aziende, creando il family office e business incubator Rancilio Cube.  Per questo hanno scelto di utilizzare SiamoSoci come strumento di ricerca di innovazione di aziende in fase di startup.

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Melpyou, il portale del no-profit

Emanuele e la nascita del volontariato 2.0

Startup: Business, Silicon Valley, nerd, developer.  No profit: volontariato, tempo libero, associazione, sociale. Se queste sono le prime cose che vi vengono in mente, sappiate che Melpyou è la startup che annulla gli stereotipi, dato che ha creato il volontariato 2.0.

39 è il numero delle startup a vocazione sociale (e anche il numero di anni di Emanuele, founder di Melpyou) inserite nel registro delle imprese innovative: se tutte le imprese rispondono a un bisogno, infatti, qualcuna lo produce però beni e servizi di utilità sociale.

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ReputationHD, la startup che ti procura nuovi clienti

Il team di ReputationHD. Da sinistra a destra: Carlo Bergoglio, Marco Massucco, Angelo Manzione, Alberto Rossetti.

Nuovi clienti per i professionisti grazie alle recensioni online: la migliore pubblicità sono gli utenti  

Quanto di voi ricevono pubblicità via email? Leggete o cestinate?

Ti è mai capitato di ricevere volantini per posta? Li leggi o li butti direttamente?

Quando devi scegliere un dottore o un professionista per un lavoro importante vai su Pagine Gialle o chiedi a qualcuno di cui ti fidi che lo ha già “provato”?

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Cabeo, il tuo taxi in un click

matteo

Immaginate un mondo dove per avere un taxi basta un click: c’è già, e sta suscitando diverse polemiche. Non è una novità che nel mondo del trasporto su ruote ci sia una rivoluzione in atto, ve ne abbiamo già parlato: Matteo Pellegrini, 29 anni, vuole esserne un pioniere. Cabeo è un’app per smartphone che permette agli utenti di trovare il taxi più vicino a loro attraverso la geolocalizzazione: con un click il tassista viene avvisato e l’utente sa subito quanto impiegherà ad arrivare grazie all’algoritmo integrato nella piattaforma.
Tu hai portato l’idea in Italia – per ora a Milano – come ne sei venuto a conoscenza?

«Ho scoperto quest’app (Hailo) a Londra, dopo una festa in un posto lontanissimo da qualsiasi mezzo pubblico. Un amico me l’aveva installata sullo smartphone e io per curiosità l’ho provata. Cinque minuti dopo ero dentro il taxi che era arrivato da una stradina alle mie spalle: sarebbe stato difficile accorgermene da solo. Ed è stato anche l’autista a iniziare a tessere le lodi delle app».

Da innamorarsi di un’idea a fondare un’azienda, però, ce ne passa…

«Certo, ma io avevo già avuto esperienze imprenditoriali, la prima quando avevo 19 anni: lasciai l’università (economia aziendale) proprio per fondare un’azienda di import di vestiti dal Medio Oriente,. Nel 2009 ho fondato spedire.com che poi ho venduto nel 2012 per dedicarmi a Cabeo».

Quali sono le difficoltà per un la vostra impresa?

«So che la risposta più di moda è la burocrazia. Ma ti dirò: per noi sono gli interessi già esistenti nel mercato, in questo caso i RadioTaxi. I tassisti sono costretti a versargli tutto l’anno (anche quando non lavorano, quando sono in vacanza…) 200 euro al mese. Cabeo invece chiede al tassista solo 70 centesimi a corsa: imparagonabile. Infatti 600 tassisti su 5000, a Milano, sono già sulla nostra piattaforma: Per l’utente finale, invece, l’app è gratis».

Cos’hai da dire rispetto alla “guerra tra taxi” che si sta consumando proprio nella città Meneghina?

«Intanto vorrei sottolineare che Uber non è un nostro “vero” competitor. Noi non facciamo parte del mondo Ncc (noleggio con conducente) in senso stretto, operiamo solo con i taxi nel pieno rispetto delle regole. E’ evidente che una piattaforma più moderna che contenga tutto dalla chiamata, all’assegnazione al pagamento con la carta di credito è una cosa che è ormai attuale in tutto il mondo e noi vogliamo che lo sia anche in Italia, utilizzando i taxi, che hanno delle garanzie (il tassametro con tariffe certe e macchine controllate dal comune). Sulla “guerra” dico: la tecnologia non si ferma con le mani. E’ solo una questione di tempo; come sono spariti i cavalli come mezzi di trasporto, anche il sistema attuale cambierà, in meglio per tutti».