In Italia manca la cultura dell’investimento in startup

Emil Abirascid, giornalista ed esperto in startup e innovazione, incontra Dario Giudici, CEO di SiamoSoci, per analizzare il tema dell’investimento in Italia.

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Avere 30 anni tra internet e crowdfunding

In questi giorni festeggiamo i 30 anni di Internet in Italia. Il team che dall’Università di Pisa si collegò ad Arpanet fu tra i primi in Europa a sperimentare quello che per noi tutti oggi è diventato normale anzi, più che normale, fondamentale. (altro…)

Club Acceleratori sceglie Qapla’

Nana Bianca, preferred partner di SiamoSoci, scegli d’investire 50.000 Euro in Qapla’, attraverso Club Acceleratori.
La startup fondata nel 2014 da Roberto Fumarola e Luca Cassia ha sviluppato una piattaforma che permette di monitorare le spedizioni di oltre 40 corrieri nazionali ed internazionali. (altro…)

Nasce Mamacrowd e rivoluziona il crowdfunding

L’ecosistema italiano dell’innovazione continua a macinare risultati, grazie al lavoro di quelle startup e acceleratori d’impresa che sanno distinguersi con progetti d’impatto e appetibili per gli investitori. Per loro SiamoSoci ha progettato una piattaforma di crowdfunding equity unica nel proprio genere, nata dall’esperienza maturata in questi primi cinque anni d’attività. (altro…)

La EXIT spiegata da chi l’ha fatta

Tra febbraio e marzo due startup del portfolio di Club Italia Investimenti 2 hanno reso noto di aver concluso le exit: si tratta di 20lin.es e Foodinho.

Per exit s'intende la pianificazione della vendita delle azioni o dell’azienda nel suo complesso e nei casi in questione gli acquirenti sono due società estere, rispettivamente l'editore statunitenste Harper Collins e la società spagnola Glovo, specializzata nell'anything delivery.

Abbiamo chiesto ai funder delle due startup, Alessandro Biggi di 20lines e Matteo Pichi di Foodinho, di rispondere a quattro quesiti utili per tutti gli startupper (e gli investitori) che vedono nel proprio futuro questo genere di operazioni.

Una startup deve porsi la exit come obiettivo fin dalla propria nascita?

Matteo Pichi. Assolutamente no. Una startup a mio avviso deve pianificare un percorso di crescita sostenibile, al fine di creare valore per gli azionisti oltre ad un ambiente di lavoro stimolante e piacevole per le persone che fanno parte del team. Più che la exit, la startup deve dunque programmare gli step di crescita nei quali le risorse finanziarie apportate da terzi sono cruciali, siano esse derivanti da un round di finanziamento, una parziale exit o una totale exit. Penso anche che il desiderio di tutti gli imprenditori sia di non vendere la propria società, ma talvolta le condizioni di mercato possono indurre questa strategia.

Alessandro Biggi. La exit non dev’essere l’obiettivo principale ma è importante pensarci fin dal primo giorno. Credo che il sogno di ogni imprenditore sia creare una grande azienda di successo, che possa stare sulle proprie gambe e crescere di anno in anno.
Allo stesso tempo, le opportunità di exit vanno create fin dall’inizio, valutando attentamente ogni contatto, relazione, partnership che viene sviluppata.

A chi affidarsi per condurre le trattative con la società acquirente?

Matteo Pichi. Sicuramente affidarsi a consulenti garantisce un risultato migliore sia a livello di capacità negoziale sia, e soprattutto, a livello di tutele che in operazioni di finanza straordinaria possono essere fondamentali per il futuro della società.

Alessandro Biggi. Ci sono strutture o banche d’affari che si occupano di seguire questo tipo di accordi. Ovviamente in base alle dimensioni del deal questo servizio può essere più o meno utile, però la parte chiave, insieme al management delle due società, la giocano gli avvocati.

Quando avvisare gli altri soci di capitale delle trattative in corso?

Matteo Pichi. A mio avviso i soci devono essere avvisati solo a trattative in corso, prima del processo di due diligence. Esso infatti è lungo e con i soci si può decidere la strada migliore, oltre a valutare scenari differenti.

Alessandro Biggi. Credo sia importante essere trasparenti con i soci in ogni momento, ma allo stesso tempo bisogna evitare di creare false aspettative quindi è fondamentale bilanciare le due cose.

Perché accettare e perché rifiutare l'offerta della società acquirente?

Matteo Pichi. Rifiutare sicuramente se non è stato considerato sufficientemente il valore prospettico della società o se non ci sono visioni di business competamente allineate con il compratore. Accettare se esso si rende necessario per il proseguo del cammino di crescita veloce della società.
Nell'era di Internet credo infatti che la componente time-to-market sia sempre piu determinante per il successo o il fallimento dei progetti.

Alessandro Biggi. Ci possono essere tantissimi motivi a partire da ovvie ragioni economiche fino a questioni personali o di relazione con gli altri membri del team. In generale bisogna avere chiara la visione per la propria società e quali sono gli obiettivi che si possono raggiungere: basta pensare a quando Snapchat rifiutò l’offerta di Facebook da 3 miliardi di dollari e ora ne vale circa 16.