La puntata di Report sull’equity crowdfunding: perché non la abbiamo dimenticata

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Domenica 7 dicembre è andata in onda su Rai3 una puntata di Report a tema startup: “Startup stories”.

Ecco perché è stata una puntata da non dimenticare.

Mentre la stampa se ne è occupata relativamente poco (un articolo sul corriere.it e uno su Economyup ad una prima e superficiale ricerca su Google), su Facebook (in particolare su gruppo Italian Startup Scene) e Twitter si sono scatenati i commenti.

 

Il fascino della puntata di Report

Idea trainante della puntata di Report era, in linea di massima, che chiunque abbia un’idea può realizzarla grazie al crowdfunding. Per questo la trasmissione di Rai3 ha deciso di raccontare diverse esperienze – ovviamente tutte affascinanti e a lieto fine – del mondo delle startup ambientate negli Stati Uniti e a Berlino. Da chi su Indiegogo ha trovato i fondi per pannelli solari che producono energia, alle storie di successo ormai note della Silicon Valley. C’è anche spazio ovviamente per alcune startup di successo italiane, come Cantiere Savona, finanziata proprio grazie all’equity crowdfuding.

 

Cosa si è detto nella puntata di Report sul crowdfunding

La puntata di Report – che potete vedere a questo link – si è basata anche sul confronto tra il crowdfunding a stelle e strisce e quello all’italiana, impietosamente dipinto come un muro contro cui i sogni delle startup si infrangono, (anche se, per gli Stati Uniti non è stato citato alcun portale di Equity Crowdfunding e le storie di succeso erano sostanzialemente legate a piattaforme reward-based),  come emerge dalle parole della stessa Milena Gabanelli:

 

“Quanto siamo bravi noi a complicare le cose… insuperabili!”

 

Sostanzialmente, le accuse fatte alla “famosa” regolamentazione Consob sono tre:

a) La quota versabile in un singolo progetto, troppo bassa, prima che l’investitore debba essere profilato da una banca  (attualmente fissata a 500 euro)

b) La quota del 5% che deve necessariamente essere versata da un investitore istituzionale (genericamente indicato come “banca” nel corso della puntata)

c) Il fatto che l’equity crowdfunding sia limitato alle startup innovative

 

Quali sono i fatti sull’equity crowdfunding in Italia

A nostro parere alcuni elementi presenti nella portata di Report sono veritieri, così come altri sono criticabili. In sintesi, esistono alcuni fatti oggettivi sulla situazione dell’equity crowdfunding in Italia. A nostro parere sono questi.

a) L’Italia è stata il primo Paese a dotarsi di una regolamentazione sull’equity crowdfunding, dimostrandosi attenta a un settore dell’economia in crescita, e volendo allo stesso tempo tutelare i potenziali investitori in startup innovative. Sicuramente non è stato semplice partire avendo “carta bianca” per regolamentare il mercato. Questo va riconosciuto anche in qualsiasi critica.

b) Se prima eravamo in anticipo, rischiamo di arrivare in ritardo: anche a causa della veloce nascita della legge, l’Italia rischia di rimanere indietro. Per questo il regolamento non va snaturato, ma modificato in quegli aspetti che impediscono lo sviluppo del mercato ora che si sta creando. In particolare, crediamo che sia necessario intervenire in questo senso:

  • Alzare il limite di investimento in un singolo progetto, prima della necessità di essere profilati dalla banca, da 500 euro a 35.000 euro. Ovviamente andrebbe aumentato in proporzione il limite di investimento annuo ora fissato a 1000 euro, che riduce la possibilità per l’investitore di diversificare il portafogli e conseguentemente di ridurre i rischi legati all’investimento.

  • Aumentare gli sgravi fiscali per investimenti in startup innovative. Se attualmente sono fissati al 19%, è necessario che si arrivi all’80% dello sgravio, soprattutto per chi fa investimenti a lungo termine

  • Dovrebbe inoltre essere eliminata la tassazione sul capital gain per gli investimenti detenuti da più di 3 anni, in sostanza detassando del tutto le plusvalenze su questo tipo di investimenti.

c) Tra gli elementi da modificare, c’è sicuramente la questione del 5% dell’investimento di un investitore istituzionale per ogni campagna. Il punto non è togliere quel 5%, che tutela gli investitori non esperti nel settore che si aprono a questa nuova opportunità, ma, come avevamo già detto in un’intervista a Startupbusiness, cambiare la definizione di questi Lead Investor:

 

Gli investitori professionali contemplati dal regolamento sono le Banche, i Fondi comuni di investimento, le Sim e gli incubatori certificati mentre i business angel e i Venture Capital, che sono quelli che tipicamente investono in startup, non sono contemplati. C’è quindi un disallineamento tra la regolamentazione e la reale filiera dell’investimento in startup innovative. Sarebbe sufficiente che si facesse riferimento agli investitori secondo la classificazione AIM per risolvere questa criticità, perché richiama investitori di diverse categorie, compresi i business angel

 

d) La strada da percorrere è quella di ispirarsi  all’equity crowdfuding in altri mercati già funzionanti, come quello Uk o israeliano, che hanno scelto un sistema più aperto. Anche per l’Italia sarà quindi necessario allargare le maglie del regolamento adattandosi alla forma che il mercato prenderà crescendo.

In conclusione, il lavoro da fare è ancora tanto e, pur valorizzando quel che è stato fatto sinora, è innegabile che i punti su cui lavorare nell’equity crowdfunding italiano esistano ancora. Detto questo, l’augurio più grande che si può fare ad ogni persona coinvolta nel mondo delle startup – che sia investitore, fondatore di una startup o operi per l’accelerazione delle nuove imprese – è che il mercato continui a crescere e trovi lo spazio per farlo anche a livello istituzionale.

Il team di SiamoSoci

  • Flavio Lazzarino

    Analisi corretta e condivisibile, vorrei solo sottolineare che nella puntata di Report non sono stati citati gli elevati tassi di mortalità/default delle startup, che rappresentano il motivo per cui il nostro legislatore ha imposto vincoli così stringenti.

    • Sara

      Ciao Flavio,

      effettivamente la trasmissione non si è concentrata sull’aspetto dei fallimenti delle startup, nè su quello italiano nè su quello statunitense, che a sua volta non è un numero da poco (come si vede qui https://www.cbinsights.com/blog/startup-death-data/)