Perché il crowdfunding non è una lotteria

Lotteria

Recentemente è uscito sul Wall Street Journal un articolo sul crowdfunding intitolato: “The Venture Capital Club gets less exclusive”.

Nell’articolo, riportato da Milano Finanza con il titolo “ Crowdfunding: Venture Capital per tutti o lotteria ”, compare la dichiarazione di Barbara Roper, direttore della tutela degli investitori presso la Consumer Federation of America, riguardo l’attuale boom degli investimenti in startup:

“C’è questa idea populista che si debba permettere a chiunque di investire nelle nuove startup, ma il problema è che la maggioranza non può permettersi di addossarsi questo rischio”.

Sebbene la fonte di questa affermazione sia più che autorevole, noi di SiamoSoci riteniamo che la stessa debba essere contestualizzata e debitamente analizzata. Se da una parte questa frase sembrerebbe avere un fondo di verità, dall’altra abbiamo deciso, ancora una volta, di analizzare i fatti dietro questa affermazione e soprattutto il contesto in cui è stata espressa.

Le startup e le dot-com: analogie e differenze

Nell’articolo, si afferma che

[I venture capitalist e le associazioni di consumatori, ndr] Sostengono che agevolare i piccoli investitori nella scommessa sulle giovani tech company rievochi l’euforia del boom delle dot-com, che si è concluso nel 2000 con l’esplosione della bolla tecnologica”.

È inutile cercare giustificazioni o insistere dicendo che le startup non sono le dot-com. La verità è che qualsiasi fenomeno destinato ad attrarre molti capitali attraversa diverse fasi: quella embrionale, quella di sviluppo, quella dell’euforia e quella del tracollo. Le cosidette “bolle”, di per sè, sono un frutto del successo.  Il punto è comprendere gli inestimabili effetti positivi che precedono il momento del tracollo: nel caso startup, in particolare, l’internazionalizzazione delle imprese, la nascita di nuovi business, la creazione di posti di lavoro. Quest’ultimo punto in Italia è particolarmente rilevante e conforta, in questo senso, lo studio compiuto da Enrico Moretti, professore italiano dell’Università di Berkeley, “La nuova geografia del lavoro”. Nel saggio si evidenzia il  fatto che, mentre l’industria tradizionale generava come indotto una creazione di occupazione pari a 1,6 posti di lavoro per ogni posto nuovo di lavoro creato da un’industria tradizionale, le startup innovative tecnologiche generano reddito per i lavoratori, con conseguente creazione di domanda di beni e servizi, che determina creazione di 5 posti di lavoro per ogni posto di lavoro in startup innovative.

Insomma, ben vengano gli eccessi se sono positivi per l’economia e l’occupazione. Vero è che in Europa non si può ancora parlare di momento di euforia,ma guardando i dati di altri Paesi, qualche dubbio viene: è stato proprio il Wall Street Journal a evidenziare l’aumento degli investimenti in startup negli Stati Uniti nel 2014, affermando che la crescita è stata del 64%.

La differenza nel crowdfunding tra Italia e Usa: il ruolo della Consob

Il mercato finanziario americano è differente rispetto a quello italiano, differenza ancora più marcata dalla presenza della legislazione Consob in materia di equity crowdfunding. Come avevamo già confermato a Startupbusiness, riteniamo che i paletti fissati dalla normativa attuale vadano in parte rivisti, prima che ingessino eccessivamente il processo di investimento bloccando sul nascere lo sviluppo dell’intera “digital economy”. D’altra parte, il fatto che l’Italia sia stata il primo paese al mondo a dotarsi di una legge in materia, dimostra l’attenzione nei confronti dell’investitore e la volontà di ridurre i suoi rischi: la normativa Consob è stata infatti accusata di eccessivo “protezionismo” proprio nei confronti degli investitori.

Gli investitori professionali

Il WSJ prosegue affermando:

“Secondo alcuni venture capitalist, il crowdfunding tramite i consorzi [Syndicates, ndr] incoraggia la strategia dello “spara e spera”, ossia spargere scommesse in più società possibili nella speranza che una o due abbiano successo. Questa pratica è resa possibile dal Jumpstart Our Business Startups Act del 2012, che consente alle società di avviare ampie campagne pubblicitarie alla ricerca di finanziamento”.

Una sola è la certezza che abbiamo sul settore della tecnologia: che i capitali investiti tornano indietro moltiplicati. Il fatto che sulle startup vengano investiti capitali privati è un segnale positivo, ma c’è un rischio oggettivo a investire in una sola startup, dato che la percentuale di successo delle aziende non è alta.

A questo punto agli investitori restano due strade per differenziare l’investimento e abbattere il rischio:

  • Effettuare  investimenti sistematici, ad esempio a cadenza mensile

  • Effettuare investimenti seguendo il consiglio di una figura che li indirizzi verso quelli migliori. Il problema della valutazione di una singola startup, infatti, non sta solo nel tempo che è necessario dedicare all’analisi dell’azienda , ma anche alle competenze che spesso mancano. Del resto, anche il regolamento Consob va in questa direzione. Obbligatoriamente, infatti, una quota dell’aumento di capitale da sottoscrivere nel crowdfunding è riservata agli investitori professionali, alle fondazioni bancarie o agli incubatori certificati. Si tratta del 5% degli strumenti finanziari offerti al pubblico. La possibilità di avere un investitore con maggiori competenze che aiuti a indirizzare l’investimento è ancora maggiore grazie all’inserimento di una nuova norma per cui a raccogliere capitali attraverso il crowdfunding potranno essere veicoli d’investimento che a loro volta investiranno in startup.

Del resto anche negli Stati Uniti è uso comune che gli investitori privati agiscano da free-rider, ovvero sfruttino le informazioni a disposizione degli investitori professionali o dei business angel semplicemente seguendoli negli investimenti. La disponibilità di risorse e competenze necessarie a effettuare la corretta due diligence diventa, quindi, non necessaria per i privati che possono partecipare allo stesso round di investimento tramite il crowdfunding.

Questa formula di comportamento, tra l’altro, è stata praticamente “strutturata” da Angel List con la creazione dei Syndicates in cui un investitore noto sceglie la startup in cui investire e tutti gli altri possono decidere di prendere parte al deal, affidando al primo investitore il compito di valutare la validità del business in cui investire.

Un valore tangibile

Infine, un cenno alle esternalità positive dell’interno ecosistema startup, in particolare:

  • Occupazione: le startup non sono entità aleatorie che assorbono denaro, ma vere e proprie aziende nascenti che, proprio perché hanno nei loro team la risorsa fondamentale, hanno creato posti di lavoro tangibili. Abbiamo già citato lo studio di Enrico Moretti secondo cui le startup innovative tecnologiche generano reddito per i lavoratori, con conseguente creazione di domanda di beni e servizi, che determina creazione di 5 posti di lavoro per ogni posto di lavoro in startup innovative. Secondo Wired, a giugno 2014, erano 26 le startup che davano da lavorare a più di dieci persone.
  • Innovazione: Qui sotto riprodotti i cosidetti quattro quadranti dell’innovazione:

Innovazione

In alto a sinistra la Breaktrough innovation, quella che caratterizza invenzioni inattese, come la stampa, il transistor o la radio, che si manifestano in media ogni 20 o 30 anni. In alto a destra Ricerca e Sviluppo, cioè l’innovazione finanziata dalle aziende, che per sua natura non può diventare disruptive, a meno di distruggere l’azienda stessa. In basso a destra la ricerca di base, finanziata da aziende e dai governi, e in basso a destra il quadrante cui appartengono le startup innovative, cioè la disruption, tipicamente finanziata dai Venture Capital, in cui possiamo inserire aziende come Uber o Airbnb. L’innovazione quindi che porta a cambiamenti sociali imponenti è tipicamente finanziata da capitali di Venture.

Speriamo che sempre di più tutti questi fattori continuino a far espandere l’ecosistema italiano, che già dà i suoi segnali positivi, come le exit di Febbraio 2015, e che basandosi sui fatti sempre più si riesca a riconoscere il valore del crowdfunding e delle startup per l’economia italiana.

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