Codecademy, la Start up che insegna al mondo a programmare


Dalla difficoltà sui banchi all’idea in cui credere

A StartMiUp in questi giorni è passato Nikhil Abraham: un nome che a qualcuno non dirà nulla, ma che ha un ruolo fondamentale – è business developer – a Codecademy, la startup il cui ambizioso obiettivo è insegnare al mondo a programmare.

Nikhil, come hai conosciuto Zach (il fondatore di Codecademy)?

«Abbiamo partecipato entrambi a una Summer Class di Y Combinator (incubatore per start up californiano, ndr) nel 2011: siamo diventati amici, quando c’era qualche cena ci siedevamo vicini, e abbiamo iniziato a partecipare insieme a molti eventi per start up, da Palo Alto a San Francisco».

Com’era nata l’idea di Codecademy?

«Zach era uno studente della Columbia University allora (non l’hai mai finita, ndr) e aveva bisogno di imparare a programmare. Ha provato con diversi metodi: tutorial online, libri… ma non riusciva a imparare. Ha capito quanto era difficile e allo stesso modo importante la possibilità di impararlo in modo semplice, e si è messo in contatto con il suo amico Ryan, che già a 11 anni amava la programmazione, e hanno cercato un modo di insegnarla a tutti, anche a chi non ne sapeva nulla».

Tu sai programmare?

«Io avevo iniziato a frequentare alcuni corsi già alle scuole superiori, e volevo proseguire in università. Ma nel 2001 è scoppiata la bolla di internet, per cui i miei amici hanno iniziato a sconsigliarmelo, e io mi sono dato all’economia. Ma comunque ho una familiarità con la programmazione che mi aiuta: Codecademy ha più di 20 milioni di utenti, ho un sacco di dati da raccogliere e rielaborare: ci lavoriamo spesso, anche solo per migliorare la costumer experience».

Cosa fai esattamente a Codecademy?

«Mi occupo di business development: ho a che fare con le richieste di partnership per le scuole, i governi e le aziende. Se un’azienda vuole insegnare a programmare ai suoi dipendenti, io stendo un possibile programma di formazione, e capisco se e come è possibile fare affari con loro, cercando di capire cosa possiamo offrire di più efficace per le loro esigenze».

A livello imprenditoriale, quali sono i problemi più grandi da affrontare?

«Sicuramente il coro di voci che – quando sa cosa facciamo – ci chiede subito da dove arrivano le nostre entrate. È difficile far capire che noi lavoriamo a questo progetto anzitutto perché crediamo nella sua importanza. Per noi è fondamentale diffondere questa conoscenza: programmare è una delle cose fondamentali da imparare a fare fin da piccoli. Pensa ai campioni dello sport: i migliori hanno imparato da bambini, e a 16/17 anni stavano già facendo carriera, non stavano certo iniziando. Prima inizi, più possibilità hai di avere successo».

Secondo te ci sono Paesi all’avanguardia nell’insegnamento della programmazione ai più giovani?

«Beh, uno su tutti è il Regno Unito: ha intenzione di introdurre, proprio grazie alla partnership con Codecademy, l’insegnamento della programmazione nelle scuole, dalle elementari in poi. Parliamo di 6 milioni di persone tra i 6 e i 16 anni che impareranno a programmare. Ma non sono l’unico paese che si muove in questo senso: le cose si smuovono anche in Estonia, in Sud America… però è difficile che le cose cambino: ad esempio, in tutti gli Stati Uniti non c’è una sola istituzione – nazionale o cittadina – che si sia impegnata ufficialmente per portare l’insegnamento della programmazione nelle scuole».

Perché questa lotta vi appassiona tanto?
«
Siamo in una situazione assurda a causa della differenza tra offerte di lavoro (anche con salari molto elevati: vedi Neal Mohan, ingaggiato da Google per 100 milioni di dollari) e skills dei candidati: è necessario saper programmare per lavorare, è folle che non si riesca a rispondere a questa domanda per un gap di competenze. Dai programmatori più importanti, che guadagnano milioni di dollari, ci sono grandi compagnie che offrono moltissimo denaro per fare questo determinato tipo di lavoro, ma bisogna avere la possibilità di accedervi».

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