Buru Buru, la creatività vale

L’impresa al femminile che fa rinascere il Made in Italy: intervista a Lisa Guciarelli, founder di Buru Buru

Lisa, quali sono le origini di Buru Buru?

«Buru Buru è nata due anni fa. Io avevo sempre lavorato nell’organizzazione eventi di cultura e design, e sapevo che l’artigianato italiano pullulava di oggetti fatti anche meglio di quelli della grande distribuzione. L’idea è nata pensando ai bisogni degli artigiani che non avevano né capacità né tempo per dedicarsi al marketing».

Dall’idea siete arrivate all’impresa. Come?

«Intanto abbiamo dovuto staccarci dal lavoro che avevamo, io addirittura mi ero trasferita a Roma e sono tornata a Firenze. A maggio 2012 io e mia sorella Sara, che è un ingegnere, abbiamo conosciuto la nostra buyer. Nello stesso periodo abbiamo iniziato a frequentare l’incubatore tecnologico fiorentino che ci ha consigliato di parlare con Paolo Barberis, Alessandro Sordi e Jacopo Marello, che stavano per fondare Nanabianca, da cui Buru Buru è stata poi incubata a dicembre dello stesso anno».

Secondo te perché Buru Buru ha funzionato?

«Intanto c’è un dato oggettivo: le ricerche su Google di “made in Italy” sono cresciute in un anno dell’8%, specie nei  settori moda, accessori. D’altra parte il  nostro motto è: ripartiamo dalle nostre mani. Dobbiamo rivalutare il saper fare della tradizione italiana,  Buru Buru dà voce proprio ai detentori di sapere e conoscenza italiana. Noi siamo il trait d’union tra made in Italy e  il mercato, anche estero, dove c’è maggiore interesse: riusciamo a dare più luce e respiro alle piccole e medie imprese che funzionano e offrono qualità alta ma non sono conosciuti. Infatti seguiamo la logistica: il corriere arriva dall’artigiano nel momento che gli è più utile. Abbiamo pensato anzitutto a quel che era più utile per gli artigiani. Ma conosciamo anche bene il nostro utente-tipo: è una persona che acquista anche seguendo un lato emotivo, vuole conoscere storia del prodotto, tanto più se originale e particolare: che sia il pezzo unico, prodotto ricercato ed elaborato. E noi gli offriamo l’accesso all’artigianato contemporaneo made in Italy».

Quali sono stati i momenti più difficili?

«Generalmente hanno coinciso con quelli più entusiasmanti: quando abbiamo scelto di lasciare il lavoro per credere in Buru Buru, agli inizi. Quando qualcuno ha iniziato a credere in noi, come Club Italia Investimenti 2, attraverso cui abbiamo ottenuto il primo seed. Quando, dopo qualche tentativo, abbiamo costruito un team forte, con persone che volessero condividere un’esperienza lavorativa, che dà più soddisfazioni ma è anche più incerta di una carriera “normale”».

Quali sono i prossimi passi per Buru Buru?

«Sicuramente affacciarci sul mercato estero, dove la richiesta è ancora maggiore. Siamo lavorando anche sul prodotto, ricercando nuovi brand italiani. E poi ci piacerebbe anche espandere il team, vogliamo prenderci cura del prodotto che è la cosa che ci differenzia e ci ha portato fino a qui».