Bringme, il carpooling che si evolve

L’impresa nel Dna e la voglia di rimettersi in gioco:  la più grande community italiana dedicata al Carpooling è in continua trasformazione

Gerard, come fa a prendere forma una startup legata alla sharing economy, in questo caso Bringme?

Per quanto mi riguarda, anzitutto dalla voglia di fare impresa: io lo facevo già in modo tradizionale, mi occupavo di compravendita immobiliare. Bringme è nata anche un po’per caso: un giorno sono dovuto andare a prendere in aeroporto mio suocero, pendolare che lavorava per la filiera Fiat, a causa dello sciopero dei treni.  Coi miei fratelli ho iniziato a pensare che, se c’era un bisogno condiviso, potevamo ipotizzare una piattaforma web sui cui raccogliere i dati di chi avesse bisogno di condividere l’automobile.   In quel momento, a fine 2010, io non sapevo nulla di carpooling: però in Italia c’era già Roadsharing e stava nascendo quello che oggi è Bla Bla car.

Come avete fatto a partire?

Dopo vari brainstorming e il reperimento di una webagency abbiamo capito che per iniziare dovevamo legare il carpooling a un incentivo, come andare insieme a un concerto a una partita di serie A, considerato anche quanto gli italiani fossero restii alla condivisione dell’automobile. La nostra idea, inizialmente, era guadagnare attraverso la pubblicità sul portale. Ma poi abbiamo “cambiato idea” più volte…

Cosa vuol dire in questo campo “cambiare idea?”

Significa stare sempre attenti a quel che vorrebbe il mercato, ascoltare gli spunti e non essere rigidi rispetto alla scelta iniziale: l’idea ha bisogno di trasformarsi per essere vincente. Ad esempio, abbiamo sviluppato l’app di Bringme (ancora oggi l’unica al mondo che certifica il carpooling) e ci siamo messi in contatto con le stazioni sciistiche e gli outlet McArthurGlenn per seguire una politica di sconti come “premio” per chi usava il carpooling.

Ci sono stati altri “cambiamenti” in Bringme dalla sua nascita?

Sì, ci siamo accorti che, offrendo alle aziende dei dati aggregati sugli utenti, avremmo offerto alle aziende la possibilità di utilizzarli per diversi motivi, dal bilancio sociale al business. Siamo così entrati nell’ottica di “vendere” Bringme come servizio.

Quali sono state le vostre difficoltà in quanto imprenditori?

Sicuramente la flessibilità mentale, chi fonda una start up sposa la sua idea ed è molto restio ad abbandonarla ed è restio a dire: “Ho sbagliato, proviamo qualcosa di nuovo”.  E bisogna sempre comprendere dove posizionarsi sul mercato: per noi sarebbe inutile metterci a fare la guerra a BlaBlaCar sul Google Advertising, ha molto più senso concentrarci su target più specifici, come gli studenti, a cui offrire i nostri servizi.

Qual è il futuro di Bringme?

Stiamo ipotizzando delle soluzioni da offrire alle aziende, attraverso un accordo con Euromobility, la federazione dei Mobility Manager. Nell’immediato futuro vediamo un prodotto aziendale, anche solo per iniziare a capire come i dipendenti delle aziende si recano al lavoro. Ma stiamo comunque pensando anche a un prodotto completamente innovativo, che in Italia ed in Europa non esiste.

Per saperne di più su Bringme, visita il suo profilo su SiamoSoci.